Amèlie

scritto da Edoardo Vagliani
Scritto 9 giorni fa • Pubblicato 8 giorni fa • Revisionato 8 giorni fa
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Autore del testo Edoardo Vagliani

Testo: Amèlie
di Edoardo Vagliani

Teneva i capelli raccolti in uno chignon rosso. Vestiva di camicie che profumavano d’estate, anche nei pioggioni di novembre. Era solare. Sorrideva sempre a chi le parlava e, per questa ragione, tutti avevano imparato a parlarle. 

Quando si concentrava, corrugava le labbra, scioglieva i lunghi ricci e muoveva la testa da un lato all’altro, tenendo gli occhi fissi su ciò che stava facendo.

L’attenzione non le mancava mai. Ti poteva sorprendere con complimenti inusuali. Riusciva a farti sentire vivo con poche parole colme di interesse. 

Seminava amore come si è soliti seminare il granturco. E se, quando ti parlava, riuscivi a fissare lo spazio tra le sue labbra rosse, potevi scoprire di amarla come non avevi mai amato.

Era bella, anzi bellissima. La sua pelle era così bianca da sembrare latte. E quegli occhioni così scuri come solo le chiese sanno essere. 

Era, sì, un sole, ma travestito da notte. 

Era la Luna sotto le coperte. Era nebbia che ti sfiora le ossa. 

La voce sempre calma. Sembrava di star sentendo un violino suonare.

Era delicata e bella quanto buffa e maldestra. Inciampava. Inciampava spesso. Su tutto: scale, gradini, fantasmi e persino errori. Era umana e questo la rendeva unica.

Sapeva stregarti come farti sorridere. Apparire una donna sicura e al contempo rivelarsi nei suoi dubbi e paure.

E se entravi nel suo cuore, sapeva donarsi come solo i bimbi sanno fare. 

Saliva di corsa sulle altalene cigolanti e ti chiedeva di spingerla fino alle nuvole. E sapevate entrambi che era impossibile, ma in quell’istante, l’uno accanto all’altra, tutto era più semplice. 

E poi la baciavi sul suo sorriso. Quel sorriso fatto di margherite. 

La coccolavi, invece, quando piangeva di paura.

Odiava i temporali. Diceva che la facevano sentire piccola. Odiava anche il traffico: aveva paura di far spegnere la sua macchina con la frizione un po' guasta.

Al contrario, amava i colori accesi. Amava il camino a dicembre. Amava le coperte di lana merino. E i libri. Ne aveva almeno tre dozzine in salotto. 

Dormiva su un letto che profumava di pesca. E per salire a casa sua le scale erano trentaquattro. Le avresti contate timidamente una notte di febbraio, quando ti avrebbe chiesto di andare su da lei.

Le avresti contato anche le stelle sul petto quella notte. E sentito i capelli sciolti sul tuo corpo. 

Dormiva rannicchiata. Come un fiore pronto a sbocciare. 

Ma lei era già sbocciata, era già un fiore. Soltanto non lo sapeva. 

Correva il tuo amore sulle sue guance per mesi, per anni. Non te ne accorgevi. 

E lei era buffa, buffa come sempre. E inciampava, inciampava ancora più spesso. Su tutto: scale, gradini, fantasmi e persino errori. 

E una notte, guardandoti piangendo, ti avrebbe detto: è finita. Le labbra tiepide e il respiro rotto.

Allora avresti pensato che fosse buffo che due persone, dopo essersi amate per anni e anni, finissero per allontanarsi come gocce sul finestrino. Eppure stava succedendo proprio in quell’istante. Che un caffè lasciato sul lavello può raffreddarsi anche ad agosto inoltrato.

E, nel mentre, avresti sceso le scale lentamente, quasi trascinandoti.

L’avresti guardata un’ultima volta dalla piccola finestra affacciata sulla sua camera.

Seduta sul tappeto giallo con le dita in bocca a pensare. Come sempre.

Teneva i capelli raccolti in uno chignon rosso. Era bella, anzi bellissima. La tua Amèlie.

Amèlie testo di Edoardo Vagliani
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